Usurarietà sopravvenuta: lo stato dell’arte dopo la sentenza n. 24675/2017 delle Sezioni Unite

L’usura sopravvenuta è stata spesso invocata dai mutuatari quale rimedio a fronte della maturazione di interessi che benché originariamente leciti divenivano nel tempo spropositati, al punto da superare le soglie dell’usura.

I presupposti e le conseguenze giuridiche di tale istituto sono state lungamente dibattute in dottrina e giurisprudenza, soprattutto in considerazione dell’applicazione endemica e capillare che le varie interpretazioni sono in grado di suscitare nell’ambito del nostro sistema paese, sia dal punto di vista sociale che economico.

Le controversie sul tema erano sorte già all’indomani dell’entrata in vigore della L. n. 108/96 di contrasto all’usura, la quale ancora la valutazione di usurarietà degli interessi al superamento delle soglie periodicamente determinate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. A fronte di tale automatismo ci si era, infatti, chiesti se dovessero ritenersi usurari quegli interessi che, pur rientranti nelle soglie di legge al momento della loro pattuizione, si trovassero al di sopra di quelle fissate dal Ministero nel corso del rapporto.

Il dibattito incessante su tale tematica ha spinto il legislatore ad intervenire nuovamente con il D.L. 394/00, convertito con modifiche nella L. n. 24/01, per precisare che la valutazione di usurarietà del tasso doveva avvenire tenendo conto della soglia determinata al momento in cui esso è promesso o comunque convenuto indipendentemente dal momento del pagamento. Tale impostazione ha peraltro ricevuto l’avallo della Corte costituzionale che, con sentenza n. 29/2002, ha respinto la censura di illegittimità costituzionale dell’interpretazione fornita dal legislatore.

Tuttavia, nonostante tali interventi, in giurisprudenza è sopravvissuta, sul punto, una difformità di vedute: un primo orientamento, valorizzando l’interpretazione fornita dal legislatore, ha negato rilevanza all’usura sopravvenuta; di diverso avviso altra parte della giurisprudenza che ha sostenuto l’illiceità della clausola che prevede un tasso comunque eccedente la soglia consentita, ritenendo che la disposizione di interpretazione autentica sarebbe utile solo ad escludere l’applicazione delle sanzioni civili e penali di cui agli artt. 1815, II° comma c.c. e 644 c.p.

Il contrasto giurisprudenziale è stato definitivamente risolto dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 24675/2017, nella quale la Cassazione identifica e distingue chiaramente tra interessi usurari e non, anche con riferimento alle conseguenze ed ai rimedi esperibili dal mutuatario.

La Corte ha anzitutto affermato che al fine di valutare l’usurarietà del tasso d’interesse occorre anzitutto fare riferimento all’art 644 c.p., unica disposizione che pone, nel nostro ordinamento, il divieto di usura, sanzionando la pattuizione di un tasso d’interesse superiore alla soglia fissata in base alla legge, con le conseguenti sanzioni di natura civile e penale. Nel contempo, l’organo di nomofilachia ha poi affermato che la L. n. 108/96 ha invece il solo scopo di completare il precetto penale, fissando i criteri e le modalità di determinazione periodiche del tasso di usura.

Da tutto ciò, sempre secondo il Supremo Consesso, consegue che ai fini del giudizio di usurarietà dei tassi non si può prescindere dalla interpretazione autentica fornita dal legislatore con la L. 24/01, secondo la quale, deve tenersi conto unicamente della soglia fissata nel momento in cui le parti hanno concordato la dazione di interessi.

La sentenza chiarisce poi che il debitore di tassi non usurari divenuti nel tempo superiori al tasso soglia, non potendo invocarne l’usurarietà sopravvenuta e quindi la nullità, potrà comunque esperire gli ulteriori strumenti di tutela predisposti dall’ordinamento, ovvero i rimedi sinallagmatici della rescissione e/o della risoluzione del contratto di mutuo per eccessiva onerosità sopravvenuta, di cui agli artt. 1467 e 1468 c.c.

Parte della dottrina all’indomani della pronuncia ha evidenziato l’inadeguatezza di tali istituti ad assicurare tutela ai mutuatari, in quanto la loro attivazione prevede, quale conseguenza obbligata, lo scioglimento del contratto di finanziamento.

A tal fine gli stessi autori hanno sollecitato il legislatore ad introdurre nuovi strumenti in grado di soddisfare, nel contempo, le esigenze del mutuatario alla conservazione dell’assetto negoziale e alla rideterminazione equa di interessi divenuti, nel tempo, sopra soglia e/o comunque evidentemente spropositati rispetto ai tassi vigenti.

L’urgenza di tali interventi è resa, oggi, ancor più impellente dal fatto che l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite nella citata sentenza trova accoglimento presso la giurisprudenza di merito e, in particolare, presso il foro milanese (vedasi al riguardo Corte d’Appello di Milano n. 4862 del 21.12.2017, Presidente dott. Bonaretti).

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