Le recentissime della Cassazione maggio-giugno 2018

  1. Responsabilità per il pagamento dell’assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore.

Posta la sussistenza, in capo alla banca, di un obbligo professionale di protezione verso i soggetti interessati al buon fine di una operazione, che si declina nel far sì che il titolo sia introdotto nel circuito di pagamento bancario secondo le regole che ne definiscono circolazione ed incasso, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite si è pronunciata ritenendo non più sostenibile la tesi secondo cui la banca risponde del pagamento dell’assegno non trasferibile effettuato in favore di chi non è legittimato, a prescindere dalla sussistenza dell’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore.

Una responsabilità oggettiva – ritengono le Sezioni Unite – può infatti concepirsi solo laddove difetti un rapporto in senso lato “contrattuale” fra danneggiante e danneggiato, ed il primo sia chiamato a rispondere del fatto dannoso nei confronti del secondo in ragione della particolare posizione rivestita o della relazione che lo lega alla res causativa del danno.

Dunque, Ai sensi dell’art. 43, comma 2, Legge Assegni (r.d. n. 1736/1933) nell’azione promossa dal danneggiato, la banca negoziatrice che ha pagato l’assegno non trasferibile a persona diversa dall’effettivo prenditore è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza dovuta, ossia quella nascente, ai sensi del comma 2 dell’art. 1176 c.c., dalla sua qualità di operatore professionale, tenuto a rispondere del danno anche in ipotesi di colpa lieve.

(Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza n. 12477/18; depositata il 21 maggio)

  1. Gli effetti della tolleranza del locatore sulla clausola risolutiva espressa.

In tema di locazione, la Corte di Cassazione civile precisa che la tolleranza del locatore con riguardo alla scadenza del termine previsto per il pagamento, rende inoperante la clausola risolutiva espressa legata alla scadenza di detto termine.

Tale effetto resta valido – conclude il Collegio – solo in mancanza di comunicazioni o diffide del locatore che richiamino il contenuto della clausola risolutiva e/o invitino il conduttore a procedere al pagamento.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 14508/18; depositata il 6 giugno)

  1. La nullità della notifica a mani proprie al familiare con diversa residenza.

Posta la validità della notificazione a mezzo posta al familiare che dichiari la convivenza con il destinatario, la Suprema Corte precisa che – in assenza di tale dichiarazione – non può sussistere la presunzione di esistenza di un rapporto di convivenza tra il destinatario e la madre.
Sul punto la Cassazione ha ribadito che in questo secondo caso, , non essendosi avverato il presupposto della frequentazione giornaliera su cui si fonda la presunzione di consegna prevista nel caso del familiare convivente, la notifica deve essere ritenuta nulla.

Ciò in quanto – in tema di notifica effettuata a mani di un familiare del destinatario – “la presunzione di convivenza non meramente occasionale non opera nel caso in cui questa sa stata eseguita nelle residenza propria del familiare, diversa da quella del destinatario dell’atto, con conseguente nullità della notifica stessa non sanata dalla conoscenza aliunde della notificazione”.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 14361/18; depositata il 5 giugno)

  1. La valutazione della gravità dell’inadempimento contrattuale.

La Corte di Cassazione civile si è espressa sul parametro di valutazione della gravità dell’inadempimento contrattuale al fine di verificare se questo possa alterare l’equilibrio contrattuale in maniera significativa e, dunque, portare alla risoluzione del contratto.

Orbene, in tal senso la Suprema Corte ha specificato che detta valutazione debba essere operata tenendo conto del valore dell’intero contratto e non soltanto della prestazione non adempiuta.
Ciò anche perché la risoluzione contrattuale ha lo scopo specifico di permettere alla parte adempiente di perseguire celermente il proprio interesse negoziale senza rimanere vincolato al contrente inadempiente.

(Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza n. 15052/18; depositata l’11 giugno)

  1. Linee guida di interpretazione del contratto e presupposti della violazione delle regole di ermeneutica.

In materia di interpretazione del contratto, il primo criterio da utilizzare è quello che rispecchia il significato letterale delle parole alla luce dell’intero contesto contrattuale.
L’elemento letterale costituisce l’imprescindibile dato di partenza cui poi va unito, qualora il significato si presti a più interpretazioni, un elemento funzionale, che impone al Giudice un’interpretazione  nel senso più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto.

Queste le linee interpretative ribadite dalla Corte di Cassazione relative ad un caso in cui una delle parti contrattuali denunciava la violazione delle regole di ermeneutica.
Specificati i presupposti la Suprema Corte ha specificato che la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione.

Diversamente, la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice del merito; nessuna delle due censure può, invece, risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra.

(Cassazione Civile, ordinanza n. 14882/18, depositata l’8 giugno)

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